Per il quinto e ultimo appuntamento con le testimonianze dei direttori delle principali scuole di moda italiane pubblichiamo l'intervista rilasciata a Luuk Magazine da Pietro Giannoni.
Dal 2004 al vertice di Sarteco, Pietro Giannoni è un libero professionista in informatica e figlio di Marta Martini, fondatrice della scuola-laboratorio che, come dice il nome, si occupa di sartoria, tecnica e confezione per uomo, donna e bambino per l'abbigliamento, la maglieria, le calzature e la pelletteria.
Dal 1963 Sarteco ha ricevuto diversi riconoscimenti internazionali e aiuta i giovani a ritrovare e dare il giusto valoe alla manualità che manca e sviluppare il "pensiero dietro la moda" per cominciare a capirne i meccanismi e per riuscire a passare dall'idea alla realizzazione del prototipo.
Quale ritiene essere gli elementi distintivi della Sua Scuola e quelli rimasti immutati dalla fondazione nel 1963 da Sua madre Marta Martini Giannoni?
Lo studio inizia dalla ricerca per arrivare con tutti i passaggi intermedi al prototipo da presentare per le verifiche.
Arrivano gli impulsi a monte e noi effettuiamo una sintesi sviluppando quello che a parer nostro sono i percorsi di tendenza.
Su questa base gli allievi, chi da solo chi in piccoli gruppi, propongono soluzioni sul tema.
La prima verifica avviene a livello di docenti, tutti esperti e attivi nel proprio campo.
C'è poi la chiave di volta e cioè la collaborazione a livello realizzativo con le ditte che realizzeranno i campioni.
Dall'impulso di tendenze captate a monte e filtrate dall'"IO" nasce il progetto che verrà poi inserito nell'andamento generale "moda-costume-mercato".
Tutto questo avviene da 46 anni e senza di questo non può esserci la Scuola.
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda, Le chiedo di parlarmi liberamente, senza domande precise, della Sua attività, di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" gusti affinchè un'istituzione funzioni.
Fare la cronologia di 46 anni della Scuola, ripercorrendo tutte le fasi del suo sviluppo penso sia noioso e poco interessante se a leggere è un adolescente che vuole entrare nel mondo della Moda.
Chiedo scusa a coloro che invece sono interessati a questo aspetto.
L'impegno primario della Scuola è quello di avvicinare gli studenti alle industrie, i destinatari del prodotto che l'allievo dovrà un domani fornire.
Per mantenere vivo questo impegno occorrono molteplici ingredienti.
Personale con indiscusse capacità didattiche ed esperienza lavorativa, in grado non solo di trasmettere al meglio il proprio sapere agli studenti ma di captare e far emergere le qualità individuali di ogni studente per indirizzarlo nel percorso a lui più congeniale.
Fondamentale è che i docenti lavorino nel proprio settore per avere sempre il polso dei cambiamenti che la moda impone.
Ambienti ed attrezzature adeguate e materiali aggiornati con le evoluzioni tecniche e stilistiche che il sistema moda produce ogni anno e che le stesse aziende produttrici forniscono per coinvolgere gli studenti in un rapporto virtuoso tra fornitori di materiali, scuola e produttori finali.
E per finire Le chiedo un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
Le modificazioni intervenute nel sistema moda negli ultimi 10-20 anni sono profonte e sintetizzabili con un esempio.
Prima un campionario consisteva in pochi modelli da produrre in tantissimi esemplari da parte di numerose piccole e medie aziende nazionali, adesso un campionario consiste in moltissimi modelli da realizzare in pochi esemplari nelle poche aziende rimaste con la professionalità adeguata.
Ovviamente non mi riferisco alle produzioni di massa ma alla qualità che ha fatto grande in Made in Italy con prodotti che è quasi impensabile produrre in paesi a basso costo e specializzazione.
Contemporaneamente è avvenuta la riduzione del peso delle figure tecniche e la crescita del peso degli uffici stile.
Molti dei grandi nomi della moda sono passati dal controllo del fondatore al controllo di finanziarie che hanno anteposto il profitto a breve termine alla qualità del prodotto che ha reso grande la griffe.
Complici anche i consumatori ormai disabituati a riconoscere il bello e la qualità.
La qualità dovrebbe tornare ad essere il primo obiettivo per le aziende ed i consumatori.
La qualità ha certamente un prezzo ma non necessariamente è sinonimo di costoso.
E' meglio pagare cinque euro un prodotto che a primo lavaggio è da buttare o venti euro uno che dura tutta la stagione e forse più?
Significherebbe recuperare professionalità ed eccellenze ormai divenute rare e riprendere un rapporto virtuoso tra la formazione in aula e sul luogo di lavoro che ha permesso l'affermazione dell'Alta Moda italiana.
Da qualche tempo ho notato con molto piacere un cambiamento in questa direzione nella politica economica di molti nomi famosi.
Associando quanto sopra alla delocalizzazione della produzione di massa con conseguente decimazione delle piccole e medie imprese produttive le figure tecniche e di produzione hanno perso appeal agli occhi dei ragazzi più attratti dallo stile e nelle aziende si è verificato quasi un vuoto generazionale.
Se fino agli anni Ottanta il rapporto tra aspiranti modellisti e aspiranti stilisti era di 10 a 1 in seguito è stato il contrario.
Adesso con l'inversione di tendenza e il pensionamento del personale c'è sicuramente un esubero di stilisti ed una carenza cronica di tutte le figure di produzione, modellisti in primis.
Le doti che servono ad un ragazzo per entrare in questo difficile mondo sono molteplici e possono variare in base alla professionalità che intende acquisire.
Consideriamo la figura più completa, quella dello Stilista, intendendo come tale non il Disegnatore che propone delle idee, ma colui che inventa e realizza le collezioni attreverso il proprio "discorso" di creatore più o meno estroso e sensitivo con doti inventive pilotate da una perfetta conoscenza di procedimenti tecnici di lavorazione, dei materiali, di esecuzione e sviluppo dei sistemi di produzione artigianali e industriali.
Ovviamente la predisposizione è un fattore importante, ma non meo lo sono la pazienza per affrontare un percorso professionale nel quale non si cessa mai di imparare, la capacità di ascoltare e comprendere sia le critiche che i consigli, la capacità di mettersi in discussione e di affrontare tutte le difficoltà che arriveranno nel momento di affrontare il mondo del lavoro e la selezione a volte spietata che lo contraddistingue.
La manualità si può acquisire con la pratica, il gusto si può affinare, le tecniche si possono imparare, l'importante è non volere tutto e subito.
A cura di Luca Micheletto
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lunedì 11 maggio 2009
venerdì 1 maggio 2009
Le Interviste: Anna Barbara
Come ogni venerdì anche in questa giornata di festa pubblichiamo l'intervista rilasciata a Luuk Magazine da una delle figure di riferimento nell'istruzione moda in Italia.
Oggi i riflettori sono puntati sulla testimonianza di Anna Barbara, direttore della Scuola di Fashion Design della NABA.
Nel 1993 Anna si laurea in Architettura ma la sua missione è sempre stata quella di indagare i rapporti che interscorrono tra sensorialità ed architettura, design, moda, arte.
Dopo aver vinto nel 2000 la borsa di studio della Canon Foundation presso la Hosei University di Tokyo, ha insegnato in prestigiosi atenei internazionali tra cui la Kookmin University di Seoul e il Politecnico di Milano.
Ha inoltre tenuto corsi e lecture negli Stati Uniti, in Giappone, negli Emirati Arabi Uniti, a Singapore, in Brasile e in Israele ed è stata nelle giurie di numerosi concorsi internazionali di architettura, design e moda.
Nel 1997 ha fondato lo studio di donne progettiste E123 e nel 2003 il laboratorio di sperimentazione progettuale LAB_ che svolge attività internazionale.
Ultima occupazione di Anna Barbara è la ricerca nell'area dell'Architessitura, ossia del rapporto tra spazio e tessuto.
Che cosa l'ha spinta ad avvicinarsi al mondo della moda dopo essersilaureata in architettura?
In realtà non c'è un prima e un dopo, ma una grande curiosità per tutte le discipline che costruiscono volumi e forme nello spazio e la moda, come l'architettura questo fa.
Nello specifico l'interesse metteva insieme l'abitare e l'abito, che è costruzione intorno al corpo individuale e non solo collettivo.
Adesso mi interessa la "Architessitura" che è la dimensione tessile alla scala dell'edificio, che alla fine ha molto a che fare con la moda.
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda Le chiedo di parlarmi liberamente, senza troppe domande precise, della Sua attività, di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" giusti affinché un'istituzione funzioni.
Le istituzioni funzionano quando ci sono persone intelligenti dietro, e uso il plurale non a caso, perché è sempre una collettività e una comunità scientifica a produrre buon pensiero e buon prodotto didattico e pedagogico.
Un ingrediente importante che oggi conta moltissimo è la passione che sembra merce rarissima laddove si pensa che è il mercato a dettare e governare la formazione.
Così non è. Le scuole devono orientare il mercato e nonviceversa.
Questo non significa insegnare fuori contesto, ma pensare che laformazione serve sempre per scenari futuri e non per mercati presenti.
Se ci si fa condizionare troppo dal mercato si produce formazione per l'oggi, ossia professioni e mestieri che magari sono in via di estinzione, che magari trovano un posto nei 6 mesi successivi al diploma, ma che poi scadono e producono solo disoccupazione.
La scuola di Fashion e Textile design di NABA lavora molto sulla socialità della moda, come processi partecipativi,come metodologie creative collettive, come fashion activism, etc.
E per finire Le chiedo invece un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
Il Fashion System non mi interessa perché così come lo usate voi giornalisti ha un valore negativo e superficiale.
In italiano suona meglio "sistema moda" che mi pare abbia in sé il concetto di "sistemico" che mi piace perché è relazionale e orizzontale e moda che intende anche valori per me positivi.
Le figure professionali sono da reinventare quasi tutte, perché è scaduto il mercato di riferimento e nuovi strumenti e scenari si sono aperti, più democratici e meno autoreferenziali, mi riferisco ad esempio ai nuovi media e alla loro ricaduta sulla creatività, sul sistema, sulla produzione, sul mercato.
Infine le doti che una persona deve avere per "stare nel proprio tempo", più che per entrare in un mondo, sono quelle di essere una persona curiosa, una persona affidabile e una persona generosa.
La curiosità consente di non fermarsi mai alla prima idea, l'affidabilità serve a garantire la qualità, la generosità serve alla creazione, che come sappiamo è un atto che serve almeno di due persone.
A cura di Luca Micheletto
Oggi i riflettori sono puntati sulla testimonianza di Anna Barbara, direttore della Scuola di Fashion Design della NABA.
Nel 1993 Anna si laurea in Architettura ma la sua missione è sempre stata quella di indagare i rapporti che interscorrono tra sensorialità ed architettura, design, moda, arte.
Dopo aver vinto nel 2000 la borsa di studio della Canon Foundation presso la Hosei University di Tokyo, ha insegnato in prestigiosi atenei internazionali tra cui la Kookmin University di Seoul e il Politecnico di Milano.
Ha inoltre tenuto corsi e lecture negli Stati Uniti, in Giappone, negli Emirati Arabi Uniti, a Singapore, in Brasile e in Israele ed è stata nelle giurie di numerosi concorsi internazionali di architettura, design e moda.
Nel 1997 ha fondato lo studio di donne progettiste E123 e nel 2003 il laboratorio di sperimentazione progettuale LAB_ che svolge attività internazionale.
Ultima occupazione di Anna Barbara è la ricerca nell'area dell'Architessitura, ossia del rapporto tra spazio e tessuto.
Che cosa l'ha spinta ad avvicinarsi al mondo della moda dopo essersilaureata in architettura?
In realtà non c'è un prima e un dopo, ma una grande curiosità per tutte le discipline che costruiscono volumi e forme nello spazio e la moda, come l'architettura questo fa.
Nello specifico l'interesse metteva insieme l'abitare e l'abito, che è costruzione intorno al corpo individuale e non solo collettivo.
Adesso mi interessa la "Architessitura" che è la dimensione tessile alla scala dell'edificio, che alla fine ha molto a che fare con la moda.
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda Le chiedo di parlarmi liberamente, senza troppe domande precise, della Sua attività, di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" giusti affinché un'istituzione funzioni.
Le istituzioni funzionano quando ci sono persone intelligenti dietro, e uso il plurale non a caso, perché è sempre una collettività e una comunità scientifica a produrre buon pensiero e buon prodotto didattico e pedagogico.
Un ingrediente importante che oggi conta moltissimo è la passione che sembra merce rarissima laddove si pensa che è il mercato a dettare e governare la formazione.
Così non è. Le scuole devono orientare il mercato e nonviceversa.
Questo non significa insegnare fuori contesto, ma pensare che laformazione serve sempre per scenari futuri e non per mercati presenti.
Se ci si fa condizionare troppo dal mercato si produce formazione per l'oggi, ossia professioni e mestieri che magari sono in via di estinzione, che magari trovano un posto nei 6 mesi successivi al diploma, ma che poi scadono e producono solo disoccupazione.
La scuola di Fashion e Textile design di NABA lavora molto sulla socialità della moda, come processi partecipativi,come metodologie creative collettive, come fashion activism, etc.
E per finire Le chiedo invece un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
Il Fashion System non mi interessa perché così come lo usate voi giornalisti ha un valore negativo e superficiale.
In italiano suona meglio "sistema moda" che mi pare abbia in sé il concetto di "sistemico" che mi piace perché è relazionale e orizzontale e moda che intende anche valori per me positivi.
Le figure professionali sono da reinventare quasi tutte, perché è scaduto il mercato di riferimento e nuovi strumenti e scenari si sono aperti, più democratici e meno autoreferenziali, mi riferisco ad esempio ai nuovi media e alla loro ricaduta sulla creatività, sul sistema, sulla produzione, sul mercato.
Infine le doti che una persona deve avere per "stare nel proprio tempo", più che per entrare in un mondo, sono quelle di essere una persona curiosa, una persona affidabile e una persona generosa.
La curiosità consente di non fermarsi mai alla prima idea, l'affidabilità serve a garantire la qualità, la generosità serve alla creazione, che come sappiamo è un atto che serve almeno di due persone.
A cura di Luca Micheletto
venerdì 24 aprile 2009
Le interviste: Barbara Trebitsch
Siamo giunti al terzo appuntamento con le interviste pubblicate settimanalmente nell'ambito della nostra indagine sulle scuole di moda italiane.
Protagonista odierna è Barbara Trebitsch, direttore del Fashion Dept. Domus Academy e dal 2006 stilista per la linea che porta il suo nome.
La formazione di Barbara Trebitsch, classe 1965, comincia con un liceo sperimentale ad indirizzo linguistico per poi proseguire con il diploma presso l'Istituto Europeo di Design a Roma e terminare con il master in Fashion Design presso la Domus Academy di Milano.
Dal 2001 ricopre il suo attuale incarico e dal 2008 è Vice Presidente dalla Piattaforma Sistema Formativo Moda, organizzazione che riunisce tutte le scuole di moda della Lombardia e il Milan Fashion Istitute.
Che cosa l'ha spinta ad avvicinarsi al mondo della moda dopo un liceo linguistico sperimentale?
In realtà il mio desiderio era già quello di dedicarmi alla moda e volevo frequentare il liceo artistico, ma in quegli anni la fama di queste scuole era tale che la famiglia mi spinse a frequentare il liceo sperimentale nel quale avrebbe dovuto essere attivato un corso di grafica e audiovisivi che non partì per ragioni ministeriali.
Mi sono trovata quindi per caso a frequentare il liceo linguistico e tutto sommato è stata una grande fortuna perchè la conoscenza delle lingue mi ha consentito di lavorare in un ambiente internazionale e di crescere professionalmnente.
Come ha deciso di lanciare una Sua linea di moda?
Si tratta di un bisogno, più che altro.
Nel sistema formativo è sempre più importante uno scambio con persone attive nel settore più che con docenti di professione che rischiano di comunicare informazioni desuete agli studenti.
Quando ho iniziato la mia attività in Domus Academy ho deciso di sacrificare gran parte del lavoro di consulenza per concentrarmi su una nuova sfida ma non è mai stata mia intenzione diventare una formatrice di professione al di fuori del mondo progettuale.
Il mio obiettivo è sempre stato quello di dedicarmi al progetto e credo sia molto importante, per chi si confronta quotidianamente con la creatività di chi si affaccia a questo mondo, mantenere una relazione forte con le problematiche del settore per poter dare un apporto concreto.
Infine l'intento non è quello di creare una linea con l'ambizione di grandi successi o grandi guadagni ma quello di fare questo lavoro con la passione ed il divertimento che mi hanno sempre accompagnata.
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda Le chiedo di parlarmi liberamente, senza troppe domande precise, della Sua attività, di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" giusti affinché un'istituzione funzioni.
Dopo aver frequentato il master in Fashion Design di DA sono rimasta a Milano dove ho sviluppato un'attività di consulenza e ricerca autonoma.
In seguito, avendo mantenuto ottimi rapporti con la scuola sono stata contattata per seguire come tutor alcuni progetti, cosa che ho fatto per alcuni anni per poi abbandonare in quanto la mia attività esterna era cresciuta tanto da non poter mantenere l'impegno con la scuola.
Dopo diversi anni sono stata ricontattata da Maria Grazia Mazzocchi, fondatrice e presidente di DA che mi ha offerto la direzione del corso di moda.
Il corso si è poi allargato alla dimensione di Dipartimento Moda quando tre anni fa abbiamo inserito un nuovo corso di master in accessories design.
Credo francamente che ogni istituzione abbia caratteristiche precise che non devono essere disattese, gli studenti che scelgono un istituto piuttosto che un altro devono avere un quadro chiaro dell'offerta formativa e della filosofia dell'istituto che scelgono.
L'identità di Domus Academy si fonda da sempre su un processo di pensiero che attiene all'approccio metodologico al progetto, allo sviluppo delle singole identità creative e, da più di 25 anni, al costante rapporto con designer e aziende.
La vocazione di Domus Academy è sempre stata quella di una scuola post laurea e con numeri di studenti contenuti per poter seguire con successo questo approccio.
Ad oggi, ai corsi di master si sono affiancati i Preparatory course, dedicati a chi non è ancora pronto ad affrontare le complesse dinamiche di un master.
Gli "ingredienti giusti" rispondono comunque ad un unico comun denominatore e si tratta del rapporto etico con lo studente, dello sfidarlo a superare un pensiero unico e fossilizzato, nella spinta a superare i propri limiti, nella comprensione delle caratteristiche che oggi un professionista deve possedere, del dare in fondo, ciò che è stato promesso.
Da più di un anno inoltre, con le principali scuole di moda e le università della Regione abbiamo fondato un'associazione: Piattaforma Sistema Formativo Moda, che si occupa di diffondere la cultura del settore, di attivare uno scambio positivo tra le diversità degli associati, di fare sistema per offrire opportunità sempre più concrete ai diplomati e ai laureati degli stessi istituti.
E per finire Le chiedo invece un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
Un giudizio sull'attuale fashion system richiederebbe un volume intero.
Siamo, credo, in una fase molto importante, difficile ma interessante.
Credo che lo spazio per l'intelligenza e in particolare per un'intelligenza creativa sia forse ancor più presente oggi, si sente il bisogno di offrire modi di pensare e soluzioni laterali.
Le grandi griffes hanno registrato un decremento nel corso degli ultimi 6 mesi, un decremento che non si può imputare esclusivamente alla crisi internazionale ma che ha radici più profonde.
Di contro, credo che nuovi sistemi distributivi e proposte alternative, insieme ad un nuovo slancio e una maggior rilevanza della creatività, dello stile, del bello, possano sostenere quello che a mio parere è un settore vitale.
Antonio Mancinelli all'inzio dell'incontro dello scorso 25 marzo ha citato l'articolo di Anna Wintour e cito: /Talent is a serios business/, che altro dire? Ad oggi ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro in questo settore diciamo che le cose non sono facili e che non siamo più negli anni '80 ma forse questo non è poi un male.
In realtà le persone di talento e che hanno le giuste caratteristiche trovano ancora oggi la loro strada nel mondo della moda.
Le doti? Sicuramente umiltà ma non nel senso cattolico e un pò punitivo del termine quanto nel continuo confronto con se stessi e con il mondo esterno nella ricerca costante, tesa a migliorare le proprie capacità e competenze.
Il talento è una chiave fondamentale che le scuole non possono instillare ma da solo rischia di avere le gambe corte.
Anche chi è molto capace deve coltivare il proprio talento e deve farlo continuamente.
La curiosità, la passione, la cultura, la voglia di mettersi in gioco sono a mio parere gli altri elementi che rendono questa professione e questo settore tanto difficile ma tanto affascinante.
Infine la professionalità: non è più il tempo dei fashion victim, è necessario rapportarsi al mondo delle aziende con serietà, la figura del creativo fuori di testa, disorganizzato e incapace di esprimersi appartiene a un clichè davvero sorpassato.
Tra le figure professionali che servono maggiormente nel settore, da recenti ricerche emergono figure oltre a quelle dei progettisti di abbigliamento, progettisti specializzati nell'accessorio e fashion manger formati ad una maggiore elasticità di pensiero e con una cultura del settore.
Inoltre visual merchandiser e store manager sono diventati figure piuttosto ricercate dai grandi gruppi.
A cura di Luca Micheletto
Protagonista odierna è Barbara Trebitsch, direttore del Fashion Dept. Domus Academy e dal 2006 stilista per la linea che porta il suo nome.
La formazione di Barbara Trebitsch, classe 1965, comincia con un liceo sperimentale ad indirizzo linguistico per poi proseguire con il diploma presso l'Istituto Europeo di Design a Roma e terminare con il master in Fashion Design presso la Domus Academy di Milano.
Dal 2001 ricopre il suo attuale incarico e dal 2008 è Vice Presidente dalla Piattaforma Sistema Formativo Moda, organizzazione che riunisce tutte le scuole di moda della Lombardia e il Milan Fashion Istitute.
Che cosa l'ha spinta ad avvicinarsi al mondo della moda dopo un liceo linguistico sperimentale?
In realtà il mio desiderio era già quello di dedicarmi alla moda e volevo frequentare il liceo artistico, ma in quegli anni la fama di queste scuole era tale che la famiglia mi spinse a frequentare il liceo sperimentale nel quale avrebbe dovuto essere attivato un corso di grafica e audiovisivi che non partì per ragioni ministeriali.
Mi sono trovata quindi per caso a frequentare il liceo linguistico e tutto sommato è stata una grande fortuna perchè la conoscenza delle lingue mi ha consentito di lavorare in un ambiente internazionale e di crescere professionalmnente.
Come ha deciso di lanciare una Sua linea di moda?
Si tratta di un bisogno, più che altro.
Nel sistema formativo è sempre più importante uno scambio con persone attive nel settore più che con docenti di professione che rischiano di comunicare informazioni desuete agli studenti.
Quando ho iniziato la mia attività in Domus Academy ho deciso di sacrificare gran parte del lavoro di consulenza per concentrarmi su una nuova sfida ma non è mai stata mia intenzione diventare una formatrice di professione al di fuori del mondo progettuale.
Il mio obiettivo è sempre stato quello di dedicarmi al progetto e credo sia molto importante, per chi si confronta quotidianamente con la creatività di chi si affaccia a questo mondo, mantenere una relazione forte con le problematiche del settore per poter dare un apporto concreto.
Infine l'intento non è quello di creare una linea con l'ambizione di grandi successi o grandi guadagni ma quello di fare questo lavoro con la passione ed il divertimento che mi hanno sempre accompagnata.
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda Le chiedo di parlarmi liberamente, senza troppe domande precise, della Sua attività, di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" giusti affinché un'istituzione funzioni.
Dopo aver frequentato il master in Fashion Design di DA sono rimasta a Milano dove ho sviluppato un'attività di consulenza e ricerca autonoma.
In seguito, avendo mantenuto ottimi rapporti con la scuola sono stata contattata per seguire come tutor alcuni progetti, cosa che ho fatto per alcuni anni per poi abbandonare in quanto la mia attività esterna era cresciuta tanto da non poter mantenere l'impegno con la scuola.
Dopo diversi anni sono stata ricontattata da Maria Grazia Mazzocchi, fondatrice e presidente di DA che mi ha offerto la direzione del corso di moda.
Il corso si è poi allargato alla dimensione di Dipartimento Moda quando tre anni fa abbiamo inserito un nuovo corso di master in accessories design.
Credo francamente che ogni istituzione abbia caratteristiche precise che non devono essere disattese, gli studenti che scelgono un istituto piuttosto che un altro devono avere un quadro chiaro dell'offerta formativa e della filosofia dell'istituto che scelgono.
L'identità di Domus Academy si fonda da sempre su un processo di pensiero che attiene all'approccio metodologico al progetto, allo sviluppo delle singole identità creative e, da più di 25 anni, al costante rapporto con designer e aziende.
La vocazione di Domus Academy è sempre stata quella di una scuola post laurea e con numeri di studenti contenuti per poter seguire con successo questo approccio.
Ad oggi, ai corsi di master si sono affiancati i Preparatory course, dedicati a chi non è ancora pronto ad affrontare le complesse dinamiche di un master.
Gli "ingredienti giusti" rispondono comunque ad un unico comun denominatore e si tratta del rapporto etico con lo studente, dello sfidarlo a superare un pensiero unico e fossilizzato, nella spinta a superare i propri limiti, nella comprensione delle caratteristiche che oggi un professionista deve possedere, del dare in fondo, ciò che è stato promesso.
Da più di un anno inoltre, con le principali scuole di moda e le università della Regione abbiamo fondato un'associazione: Piattaforma Sistema Formativo Moda, che si occupa di diffondere la cultura del settore, di attivare uno scambio positivo tra le diversità degli associati, di fare sistema per offrire opportunità sempre più concrete ai diplomati e ai laureati degli stessi istituti.
E per finire Le chiedo invece un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
Un giudizio sull'attuale fashion system richiederebbe un volume intero.
Siamo, credo, in una fase molto importante, difficile ma interessante.
Credo che lo spazio per l'intelligenza e in particolare per un'intelligenza creativa sia forse ancor più presente oggi, si sente il bisogno di offrire modi di pensare e soluzioni laterali.
Le grandi griffes hanno registrato un decremento nel corso degli ultimi 6 mesi, un decremento che non si può imputare esclusivamente alla crisi internazionale ma che ha radici più profonde.
Di contro, credo che nuovi sistemi distributivi e proposte alternative, insieme ad un nuovo slancio e una maggior rilevanza della creatività, dello stile, del bello, possano sostenere quello che a mio parere è un settore vitale.
Antonio Mancinelli all'inzio dell'incontro dello scorso 25 marzo ha citato l'articolo di Anna Wintour e cito: /Talent is a serios business/, che altro dire? Ad oggi ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro in questo settore diciamo che le cose non sono facili e che non siamo più negli anni '80 ma forse questo non è poi un male.
In realtà le persone di talento e che hanno le giuste caratteristiche trovano ancora oggi la loro strada nel mondo della moda.
Le doti? Sicuramente umiltà ma non nel senso cattolico e un pò punitivo del termine quanto nel continuo confronto con se stessi e con il mondo esterno nella ricerca costante, tesa a migliorare le proprie capacità e competenze.
Il talento è una chiave fondamentale che le scuole non possono instillare ma da solo rischia di avere le gambe corte.
Anche chi è molto capace deve coltivare il proprio talento e deve farlo continuamente.
La curiosità, la passione, la cultura, la voglia di mettersi in gioco sono a mio parere gli altri elementi che rendono questa professione e questo settore tanto difficile ma tanto affascinante.
Infine la professionalità: non è più il tempo dei fashion victim, è necessario rapportarsi al mondo delle aziende con serietà, la figura del creativo fuori di testa, disorganizzato e incapace di esprimersi appartiene a un clichè davvero sorpassato.
Tra le figure professionali che servono maggiormente nel settore, da recenti ricerche emergono figure oltre a quelle dei progettisti di abbigliamento, progettisti specializzati nell'accessorio e fashion manger formati ad una maggiore elasticità di pensiero e con una cultura del settore.
Inoltre visual merchandiser e store manager sono diventati figure piuttosto ricercate dai grandi gruppi.
A cura di Luca Micheletto
venerdì 17 aprile 2009
Le interviste: Fernando Burgo
Per il secondo appumento con le interviste rilasciate a Luuk Magazine dai dirigenti delle più importanti scuole di moda italiane pubblichiamo le risposte di Fernando Burgo, fondatore dell'omonimo Istituto.
Terminati gli studi, Fernando Burgo si è subito dedicato al mondo della moda attraverso la consultazione di testi del settore, ma in particolar modo attraverso lo studio da autodidatta di libri e manuali di sartoria e modellistica.
Dopo aver fondato l'Istituto di Moda Burgo nel 1961, nel 1981 pubblica il suo primo testo "Tendenze Moda" e la sua attività di diffonde radicalmente in Italia e successivamente in tutto il mondo.
Dal 1987 il suo metodo viene utilizzato a Verona, Lodi, Genova, Modena, Pescara, Roma, Napoli, Cagliari e Nuoro ma è il 2001 l'anno della svolta internazionale grazie alla collaborazione con il Fashion Design Center con sede a Il Cairo e ad Alessandria d'Egitto.
Attualmente sono in atto collaborazioni anche con Messico, India, Arabia Saudita, Siria e Singapore.
Che cosa l'ha spinta a creare un nuovo metodo didattico?
Quando decisi di intraprendere la carriera di insegnate di modellistica e sartoria nel 1961 circa, mi resi conto che in Italia mancavano testi didattici veramente validi e completi. Così iniziai la mia ricerca, in particolar modo in Europa e in America, di testi che potessero colmare le lacune presenti nei programmi di modellistica e sartoria proposti dall’editoria italiana. Dedicai parecchio tempo al loro studio e iniziai a collezionare libri che oggi si trovano nella mia biblioteca, editi circa 90 anni fa. Infine realizzai che l’unico modo per far fronte a questa mancanza era quello di proporre manuali innovativi che non solo avrebbero aiutato me nell’insegnamento, ma anche gli esperti del settore.
Con il tempo e l’esperienza capii che un programma completo e coerente non era comunque sufficiente per poter insegnare al meglio delle discipline pratiche come la modellistica e la sartoria. Parlando con gli studenti, facendo loro domande sull’educazione scolastica ricevuta sia in Italia che all’estero, mi resi conto di come ognuno possedeva bagagli culturali del tutto differenti ed esigenze contrapposte.
Fu in quel momento che introdussi un nuovo metodo didattico, che tutt’oggi proponiamo per i nostri corsi e che dimostra quindi di essere assolutamente all’avanguardia.
In che modo è riuscito ad imporlo in gran parte del mondo?
La diffusione all’estero fu possibile innanzi tutto grazie alla decisione del Ministero Egiziano della Tecnologia, che nel 2001 selezionò la nostra scuola, l’Istituto di Moda Burgo, tra le 200 scuole di moda internazionali e italiane, per l’affidamento della direzione del Fashion Design Center (con sede in Cairo ed Alessandria) e dello studio stile annesso. Furono la passione e l’interesse per il mondo della moda e lo stimolo che ho sempre ricevuto dalle imprese difficili che mi consentirono di trasformare la gestione fallimentare dell’istituto egiziano, allora diretta da un gruppo americano e che contava non più di 16 allievi, in una scuola moderna, oggi frequentata da circa 500 studenti.
Questa fu la prima collaborazione internazionale che diede il via ad una serie di attività volte a diffondere i nostri testi e il nostro metodo didattico nel resto del mondo.
In secondo luogo furono i nostri ex studenti stranieri che contribuirono a pubblicizzarci all’estero attraverso il “passa parola”, il mezzo più spontaneo e allo stesso tempo più incisivo per farsi conoscere. Infine grazie alla tecnologia, e quindi al web.
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda Le chiedo di parlarmi liberamente, senza troppe domande precise, della Sua attività di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" giusti affinché un'istituzione funzioni.
Come ho già spiegato prima, questa attività nacque nel 1961. In quegli anni mi dedicai a diffondere l’insegnamento della modellistica sartoriale italiana soprattutto negli oratori e negli istituti religiosi.
Solo grazie all’esperienza capii che senza un programma preciso ed un testo didattico come supporto, non avrei potuto contribuire al miglioramento della qualità e professionalità di queste discipline e delle professioni che ne derivavano.
Così decisi di realizzare un vero e proprio manuale sulla modellistica, che venne pubblicato nel 1981 con il titolo “Tendenze Moda”. Ad esso seguirono negli anni una serie di pubblicazioni sempre più aggiornate e perfezionate, per approdare alle edizioni de “Il Figurino di Moda” (ultima edizione 2008) e de“Il Modellismo Sartoriale” (ultima edizione 2009), considerati il fiore all’occhiello e la caratteristica distintiva del nostro istituto.
Riguardo gli “ingredienti” giusti, penso innanzi tutto ai manuali e al metodo didattico che offriamo. Esso si basa su lezioni a carattere individuale e tiene quindi in considerazione il singolo studente, il suo bagaglio culturale, le sue necessità. Nessuno dei nostri allievi viene trascurato. Tutto ciò è reso possibile in quanto ogni insegnante ha un gruppo di massimo 10 studenti. L’allievo in questo modo è veramente seguito nel suo percorso scolastico e ha la possibilità di approfondire gli argomenti che più lo interessano, o eventualmente di saltarne altri con cui ha più dimestichezza. Il rapporto allievo-insegnante diventa speciale.
Un altro “ingrediente” è l’aspetto pratico delle materie contenute nei programmi, che copre circa l’80%. Questa caratteristica rende l’insegnamento molto più faticoso per i docenti ed è più dispendioso per la scuola, ma è ovviamente molto più utile per gli studenti che un domani diventeranno Stilisti, Designer, Modellisti o Sarti.
Da non dimenticare è il costante aggiornamento degli insegnanti, che oltre a lavorare all’interno dell’istituto collaborano con uffici stile e aziende del settore. Lo stesso vale per i nostri testi che ogni due anni vengono rivisti tenendo conto della repentina evoluzione del mondo della moda . Attualmente circa 20.000 persone in tutto il mondo utilizzano i nostri manuali.
Per ultimo, ma non per questo meno importante, il rapporto che l’istituto mantiene con il mondo del lavoro.
Riceviamo circa 200 richieste tra lavoro e stage che i nostri studenti possono consultare liberamente dopo aver conseguito il diploma di qualifica professionale. Grazie ad una preparazione prettamente pratica lo studente dopo aver completato il corso è già in grado di lavorare nel settore.
La preparazione professionale gioca un ruolo fondamentale in questo periodo di crisi soprattutto se di qualità. Il nostro istituto infatti non ha subito alcun danno grazie ad una proposta formativa sempre valida.
E per finire Le chiedo invece un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
Attualmente le figure professionali maggiormente richieste sono quelle del modellista e del sarto, soprattutto perché difficili da reperire a causa di una mancanza di professionalità, ma anche in vista di una crisi crescente che spinge al ritorno delle attività artigianali.
Anche gli stilisti e i designer sono richiesti, ma essi devono dimostrare di “saper disegnare”, si devono distinguere attraverso scelte e idee innovative. Purtroppo con l’avvento del computer gli studenti hanno perso la manualità a scapito della definizione dei tagli dei capi e dell’originalità.
Le doti che una persona deve possedere per aver successo in questo mondo sono la fantasia, la creatività, l’originalità, l’intraprendenza, l’innovazione, la costanza, l’impegno, la conoscenza, ma soprattutto una profonda passione e molti sacrifici.
A cura di Luca Micheletto
Terminati gli studi, Fernando Burgo si è subito dedicato al mondo della moda attraverso la consultazione di testi del settore, ma in particolar modo attraverso lo studio da autodidatta di libri e manuali di sartoria e modellistica.
Dopo aver fondato l'Istituto di Moda Burgo nel 1961, nel 1981 pubblica il suo primo testo "Tendenze Moda" e la sua attività di diffonde radicalmente in Italia e successivamente in tutto il mondo.
Dal 1987 il suo metodo viene utilizzato a Verona, Lodi, Genova, Modena, Pescara, Roma, Napoli, Cagliari e Nuoro ma è il 2001 l'anno della svolta internazionale grazie alla collaborazione con il Fashion Design Center con sede a Il Cairo e ad Alessandria d'Egitto.
Attualmente sono in atto collaborazioni anche con Messico, India, Arabia Saudita, Siria e Singapore.
Che cosa l'ha spinta a creare un nuovo metodo didattico?
Quando decisi di intraprendere la carriera di insegnate di modellistica e sartoria nel 1961 circa, mi resi conto che in Italia mancavano testi didattici veramente validi e completi. Così iniziai la mia ricerca, in particolar modo in Europa e in America, di testi che potessero colmare le lacune presenti nei programmi di modellistica e sartoria proposti dall’editoria italiana. Dedicai parecchio tempo al loro studio e iniziai a collezionare libri che oggi si trovano nella mia biblioteca, editi circa 90 anni fa. Infine realizzai che l’unico modo per far fronte a questa mancanza era quello di proporre manuali innovativi che non solo avrebbero aiutato me nell’insegnamento, ma anche gli esperti del settore.
Con il tempo e l’esperienza capii che un programma completo e coerente non era comunque sufficiente per poter insegnare al meglio delle discipline pratiche come la modellistica e la sartoria. Parlando con gli studenti, facendo loro domande sull’educazione scolastica ricevuta sia in Italia che all’estero, mi resi conto di come ognuno possedeva bagagli culturali del tutto differenti ed esigenze contrapposte.
Fu in quel momento che introdussi un nuovo metodo didattico, che tutt’oggi proponiamo per i nostri corsi e che dimostra quindi di essere assolutamente all’avanguardia.
In che modo è riuscito ad imporlo in gran parte del mondo?
La diffusione all’estero fu possibile innanzi tutto grazie alla decisione del Ministero Egiziano della Tecnologia, che nel 2001 selezionò la nostra scuola, l’Istituto di Moda Burgo, tra le 200 scuole di moda internazionali e italiane, per l’affidamento della direzione del Fashion Design Center (con sede in Cairo ed Alessandria) e dello studio stile annesso. Furono la passione e l’interesse per il mondo della moda e lo stimolo che ho sempre ricevuto dalle imprese difficili che mi consentirono di trasformare la gestione fallimentare dell’istituto egiziano, allora diretta da un gruppo americano e che contava non più di 16 allievi, in una scuola moderna, oggi frequentata da circa 500 studenti.
Questa fu la prima collaborazione internazionale che diede il via ad una serie di attività volte a diffondere i nostri testi e il nostro metodo didattico nel resto del mondo.
In secondo luogo furono i nostri ex studenti stranieri che contribuirono a pubblicizzarci all’estero attraverso il “passa parola”, il mezzo più spontaneo e allo stesso tempo più incisivo per farsi conoscere. Infine grazie alla tecnologia, e quindi al web.
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda Le chiedo di parlarmi liberamente, senza troppe domande precise, della Sua attività di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" giusti affinché un'istituzione funzioni.
Come ho già spiegato prima, questa attività nacque nel 1961. In quegli anni mi dedicai a diffondere l’insegnamento della modellistica sartoriale italiana soprattutto negli oratori e negli istituti religiosi.
Solo grazie all’esperienza capii che senza un programma preciso ed un testo didattico come supporto, non avrei potuto contribuire al miglioramento della qualità e professionalità di queste discipline e delle professioni che ne derivavano.
Così decisi di realizzare un vero e proprio manuale sulla modellistica, che venne pubblicato nel 1981 con il titolo “Tendenze Moda”. Ad esso seguirono negli anni una serie di pubblicazioni sempre più aggiornate e perfezionate, per approdare alle edizioni de “Il Figurino di Moda” (ultima edizione 2008) e de“Il Modellismo Sartoriale” (ultima edizione 2009), considerati il fiore all’occhiello e la caratteristica distintiva del nostro istituto.
Riguardo gli “ingredienti” giusti, penso innanzi tutto ai manuali e al metodo didattico che offriamo. Esso si basa su lezioni a carattere individuale e tiene quindi in considerazione il singolo studente, il suo bagaglio culturale, le sue necessità. Nessuno dei nostri allievi viene trascurato. Tutto ciò è reso possibile in quanto ogni insegnante ha un gruppo di massimo 10 studenti. L’allievo in questo modo è veramente seguito nel suo percorso scolastico e ha la possibilità di approfondire gli argomenti che più lo interessano, o eventualmente di saltarne altri con cui ha più dimestichezza. Il rapporto allievo-insegnante diventa speciale.
Un altro “ingrediente” è l’aspetto pratico delle materie contenute nei programmi, che copre circa l’80%. Questa caratteristica rende l’insegnamento molto più faticoso per i docenti ed è più dispendioso per la scuola, ma è ovviamente molto più utile per gli studenti che un domani diventeranno Stilisti, Designer, Modellisti o Sarti.
Da non dimenticare è il costante aggiornamento degli insegnanti, che oltre a lavorare all’interno dell’istituto collaborano con uffici stile e aziende del settore. Lo stesso vale per i nostri testi che ogni due anni vengono rivisti tenendo conto della repentina evoluzione del mondo della moda . Attualmente circa 20.000 persone in tutto il mondo utilizzano i nostri manuali.
Per ultimo, ma non per questo meno importante, il rapporto che l’istituto mantiene con il mondo del lavoro.
Riceviamo circa 200 richieste tra lavoro e stage che i nostri studenti possono consultare liberamente dopo aver conseguito il diploma di qualifica professionale. Grazie ad una preparazione prettamente pratica lo studente dopo aver completato il corso è già in grado di lavorare nel settore.
La preparazione professionale gioca un ruolo fondamentale in questo periodo di crisi soprattutto se di qualità. Il nostro istituto infatti non ha subito alcun danno grazie ad una proposta formativa sempre valida.
E per finire Le chiedo invece un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
Attualmente le figure professionali maggiormente richieste sono quelle del modellista e del sarto, soprattutto perché difficili da reperire a causa di una mancanza di professionalità, ma anche in vista di una crisi crescente che spinge al ritorno delle attività artigianali.
Anche gli stilisti e i designer sono richiesti, ma essi devono dimostrare di “saper disegnare”, si devono distinguere attraverso scelte e idee innovative. Purtroppo con l’avvento del computer gli studenti hanno perso la manualità a scapito della definizione dei tagli dei capi e dell’originalità.
Le doti che una persona deve possedere per aver successo in questo mondo sono la fantasia, la creatività, l’originalità, l’intraprendenza, l’innovazione, la costanza, l’impegno, la conoscenza, ma soprattutto una profonda passione e molti sacrifici.
A cura di Luca Micheletto
venerdì 10 aprile 2009
Le interviste: Linda Loppa
La prima testimonianza che ci tengo a pubblicare è quella di Linda Loppa, direttrice di Polimoda - Firenze.
Dopo essere nata ad Anversa e studiato presso la Royal Academy of Fine Arts della città belga, Linda Loppa è stata prima designer per diverse aziende e poi imprenditrice con show-rooms che proponevano capi di stilisti d'avanguardia italiani o francesi.
Linda Loppa, fondatrice del Fashion Department di Anversa e docente di Fashion Design presso la Royal Academy of Fine Arts fino al 2006, ricopre dall'anno successivo la sua attuale carica.
Che cosa l'ha spinta ad abbandonare Anversa e il Belgio per recarsi a Firenze, città che ho letto in una Sua precedente intervista ha sentito subito come una seconda casa?
"Il mio lavoro in Belgio era concluso e mi sentivo pronta per una nuova sfida. La formazione nel settore moda in Italia – ed in particolar modo a Firenze – era infatti per me una sfida che non potevo rifiutare, da una parte per l’importante relazione che avevo con Pitti Immagine grazie al mio negozio di abbigliamento maschile ad Anversa, e dall’altra per un forte legame che ho sempre avuto con la moda Italiana".
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda Le chiedo di parlarmi liberamente, senza troppe domande precise, della Sua attività, di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" giusti affinché un'istituzione funzioni.
"Un Istituto di formazione come Polimoda ha due anime, entrambe creative: una nel design e un'altra nel settore marketing e comunicazione. Nella formazione dell’area moda c’è bisogno dell’esperienza e del giudizio dei docenti, ma anche di una dose di autocritica da parte degli studenti, che dobbiamo metterli in condizione di saper fare. Solo grazie alla critica e all’autocritica costruttiva è possibile crescere insieme, docenti e studenti, e trovare insieme nuove soluzioni per il design o per una strategia di marketing.
Il nostro mestiere é il più bello del mondo, basta mantenere un’apertura verso il mondo nel quale viviamo e la realtà che ci circonda".
E per finire Le chiedo invece un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
"Per entrare nel mondo della moda basta avere la pazienza e l’umiltà necessarie per crescere un po’ alla volta.
Nella moda ogni professione è interessante: dal modellista, allo stilista, all’uomo prodotto o al fashion coordinator. L’importante è che tutti i diversi profili abbiamo una visione chiara e condivisa e sappiano lavorare in team. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Non importa quale lavoro fai, l’importante è che tu sia parte di un progetto comune. Perciò, se ogni singolo profilo apporta il suo contributo alla creatività e al messaggio che il prodotto vuole dare, credo che la moda continuerà a fare strada, anche in un momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo".
A cura di Luca Micheletto
Dopo essere nata ad Anversa e studiato presso la Royal Academy of Fine Arts della città belga, Linda Loppa è stata prima designer per diverse aziende e poi imprenditrice con show-rooms che proponevano capi di stilisti d'avanguardia italiani o francesi.
Linda Loppa, fondatrice del Fashion Department di Anversa e docente di Fashion Design presso la Royal Academy of Fine Arts fino al 2006, ricopre dall'anno successivo la sua attuale carica.
Che cosa l'ha spinta ad abbandonare Anversa e il Belgio per recarsi a Firenze, città che ho letto in una Sua precedente intervista ha sentito subito come una seconda casa?
"Il mio lavoro in Belgio era concluso e mi sentivo pronta per una nuova sfida. La formazione nel settore moda in Italia – ed in particolar modo a Firenze – era infatti per me una sfida che non potevo rifiutare, da una parte per l’importante relazione che avevo con Pitti Immagine grazie al mio negozio di abbigliamento maschile ad Anversa, e dall’altra per un forte legame che ho sempre avuto con la moda Italiana".
Tornando invece al tema di quello che sarà il mio articolo sulle scuole di moda Le chiedo di parlarmi liberamente, senza troppe domande precise, della Sua attività, di com'è nata e di quali sono gli "ingredienti" giusti affinché un'istituzione funzioni.
"Un Istituto di formazione come Polimoda ha due anime, entrambe creative: una nel design e un'altra nel settore marketing e comunicazione. Nella formazione dell’area moda c’è bisogno dell’esperienza e del giudizio dei docenti, ma anche di una dose di autocritica da parte degli studenti, che dobbiamo metterli in condizione di saper fare. Solo grazie alla critica e all’autocritica costruttiva è possibile crescere insieme, docenti e studenti, e trovare insieme nuove soluzioni per il design o per una strategia di marketing.
Il nostro mestiere é il più bello del mondo, basta mantenere un’apertura verso il mondo nel quale viviamo e la realtà che ci circonda".
E per finire Le chiedo invece un giudizio sull'attuale fashion system e su quali sono le figure professionali che servono maggiormente, oltre ovviamente alle doti che deve avere una persona per entrare nel mondo della moda.
"Per entrare nel mondo della moda basta avere la pazienza e l’umiltà necessarie per crescere un po’ alla volta.
Nella moda ogni professione è interessante: dal modellista, allo stilista, all’uomo prodotto o al fashion coordinator. L’importante è che tutti i diversi profili abbiamo una visione chiara e condivisa e sappiano lavorare in team. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Non importa quale lavoro fai, l’importante è che tu sia parte di un progetto comune. Perciò, se ogni singolo profilo apporta il suo contributo alla creatività e al messaggio che il prodotto vuole dare, credo che la moda continuerà a fare strada, anche in un momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo".
A cura di Luca Micheletto
venerdì 6 febbraio 2009
Le interviste: Raffaella Curiel
Un incontro insolito quello con Raffaella Curiel che, con fra le braccia il suo amato cane, ha parlato di moda, anoressia e capitali del fashion system. Spontanea, raffinata e più vulcanica che mai, la regina dell'Alta Moda italiana ha svelato il suo sogno: sfilare a Parigi, l'unica città degna di ospitare le collezioni Haute Couture, e aggiunge "a Milano non si capirebbero quegli eccessi mentre Roma non è più quella di una volta quando c'erano Versace, Capucci, Lancetti e Ferrè. Allora eravamo dieci nomi importanti, ora la stampa internazionale non viene per quattro presentazioni".
Il capoluogo lombardo rimane invece capitale incontrastata del pret-a-porter e a chi dice che manca creatività risponde "chi viene a Milano si aspetta sempre idee nuove ma non sempre ci possono essere".
Per Raffaela Curiel la moda è una ricerca continua e minuziosa "mentre ora troppi giovani intraprendono questa strada pensando di diventare belli, ricchi e famosi, ma di Armani ce n'è uno solo. Io ho passato anni a cercare di accostare veli di diverse tonalità come facevano i grandi del passato mentre adesso si vuole tutto e subito".
Una critica dunque alle nuove generazioni che appare anche riguardo la sua idea di stile quotidiano "odio i jeans strappati", sostiene, e aggiunge "la moda deve essere semplicità".
Parlando invece di anoressia, Raffaella Curiel, da sempre impegnata in associazioni umanitarie e iniziative sociali, spiega che la magrezza in passerella è un fatto tecnico "poche forme mettono in risalto gli abiti e la tipica camminata incrociata è un escamotage utile per nascondere gambe spesso storte; si è fatta questa scelta e ora molte ragazze, sbagliando, cercano di emulare le modelle che vedono sfilare".
Infine si lascia andare ad una confessione "in più alla maggior parte degli stilisti non piacciono le donne, ma questo non si può dire".
Intervista curata da Luca Micheletto e Leonora Cassata
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